jueves, 9 de agosto de 2018

ILLUSIONE DI MOVIMENTO. INTORNO AI FILM «SOLEDAD» E «EL CAMINO DE SANTIAGO»


Ad un paio di chilometri dal territorio ribelle di Cushamen dove hanno ammazzato Santiago c’è il museo Leleque, appartenente alla fattoria Benetton e dedicato alle ‘culture aborigeni’. Con quella messa in scena il gruppo imprenditore italiano e lo Stato argentino intendono ridurre le comunità in fantasmi senza voce né memoria. Oggetti inanimati inondano le loro vetrine, foto in bianco e nero. Testi che non dicono nulla. Un’atmosfera senza vita che fondamenta la ragione statale. Fuori dal museo e la fattoria, il macchinario capitalista si manifesta in modo meno sottile ma complementario: sparatorie, incendi delle rukas, tentative di sgomberi, torture e la scomparsa ed assassinio di compagni delle comunità.

Dire che la storia la scrivono i vincitori è un luogo comune ma non per questo meno vero.

Questo primo agosto, nel teatro di Buenos Aires ND Ateneo, ci sarà l’anteprima del documentario El camino de Santiago (Il cammino di Santiago) diretto da Tristán Bauer con sceneggiatura di Florencia Kirchner.

Il 20 settembre debutterà il film Soledad intorno a Soledad Rosas e il suo compagno Baleno, diretta da Agustina Macri, figlia dell’attuale presidente.

Come se fosse un macabro scherzo, due figlie dei cognomi più potenti della borghesia e della politica attuale hanno scelto la vita di questi compagni anarchici per i loro prodotti.

In entrambi casi hanno trovato elementi che, ridotti a circostanze cinematografiche, risultano seducenti: la ribellione giovanile, il viaggio iniziatico, la lotta per una causa, la fine tragica. In aggiunta, nel caso di Soledad Rosas, il romanticismo appassionato.

Il cammino della bugia
La scelta del titolo del documentario, così ovvio per questi amici del Papa, non deve essere giudicata sbagliata o poco profonda. Il cammino di Santiago esiste. È un’enorme rotta di pellegrinaggio cattolico, tra la Francia, la Spagna ed il Portogallo che porta alla città di Santiago de Compostela in Galizia, dove i fedeli onorano il martire Santiago il Maggiore, uno dei dodici apostoli. Titolo eloquente, riflette fedelmente la cosmovisione progressista: la riduzione di una persona a personaggio di finzione e poi a martire e santo, cioè non umano. Per rendergli omaggio ai suoi fedeli solo tocca pregare e rimpiangerlo; ammirano solo l’irreale, quello che è impossibile da capire e accompagnare. Tutto ben cristiano.

L’anno scorso hanno già voluto impadronirsi della figura del nostro compagno: con le loro manifestazioni come processioni, hanno tentato di trasformare il Brujo in martire della democrazia, mettendolo nell’imbroglio politico che così tanto ha disprezzato con la sua lotta, con le sue canzoni, con i suoi scritti. Senza pudore hanno sottovalutato la lotta mapuche radicale –“poveretti gli indiani”– quelli a chi Santiago sarebbe andato ad aiutare, come chi fa carità cristiana. Nelle loro manifestazioni non parlavano della prigione di Jones Huala, né della situazione di Cushamen, né della proposta del MAP (Movimento Mapuche Autonomo del Puelmapu). Riguardo la RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche) solo potevano concepire che fosse una creazione dei servizi d’informazione. Cristina Fernández, madre di Florencia, si è presentata con totale sfacciatezza in una messa portando la foto di Santiago al tempo che invitava i suoi seguaci a tradire e punire compagne e compagni, accusati di infiltrati, terroristi, o impiegati di Macri. Eretici, iconoclasti che non volevano processioni ma che bloccavano autostrade e strade, e lapidavano poliziotti e chiese.

Un buon prodotto per il mercato, El Camino de Santiago è stata promossa da una strategia di marketing contemporanea. Nelle strade di Buenos Aires sono apparse locandine anonime, dall’estetica militante, illustrate con gli occhi del nostro compagno. E recitavano: “Dove finisce il cammino di Santiago?” Altrettanto sulle reti sociali. Diversi spot con immagini della Patagonia con la stessa domanda. Tante persone hanno cominciato a diffonderlo senza sapere nemmeno di cosa si tratasse e chi ci fosse dietro.

Il regista della pellicola è Tristán Bauer, uno dei migliori cantastorie del governo precedente. Ex direttore di Canal Encuentro, ha anche diretto, tra altri: Evita, la tumba sin paz (1997), il noto Iluminados por el Fuego (2005) sulla guerra di Malvinas e Che, Un Hombre Nuevo (2010) che ha avuto la sua prima strapiena nel Monumento alla Bandiera di Rosario. Uno dei produttori è il Topo Devoto, che ha già lavorato in Néstor Kirchner, la película (2012), diretta da Paula Luque.

Oggi questi esseri orribili hanno prodotto un’immagine scemata del compagno Brujo, mettendolo accanto a tutte queste figurine, icone del progressismo.

Per di più, Clarín e altri mezzi reazionari sono saltati su ad attaccare il documentario, per continuare ad inzigare che la scomparsa e assassinio di Santiago sono stati solo un una storia da operetta dei ‘K’ (i kirchneristi) contro il governo di Macri, che in realtà Santiago è semplicemente affogato e che poi è stato ingannato dai mapuche terroristi. Il discorso della ‘grieta’ (la ‘crepa’) che conviene tanto agli affari elettorali di entrambi i gruppi.


Ideale. Amore. Ingiustizia 
Nel 1998, in mezzo ad un montaggio giuridico-poliziale dove sono accusati di appartenere ad un gruppo ecoterrorista chiamato ‘Lupi Grigi’, Baleno per primo e Soledad Rosas dopo, compagni di lotta e di vita, si sono impiccati nel loro isolamento. “Crimine di stato” l’hanno chiamato i compagni, perché sono stati spinti a prendere quella decisione. Nel contesto di questo montaggio tanti altri sono stati incarcerati, squatters e locali monitorizzati in un tentativo di intimidazione. La lotta in difesa della terra, così come si presenta la storica campagna contro i treni ad alta velocità in Europa, trovava un rovesciamento storico.

Al successo dello Stato è seguito quell’altro del sensazionalismo e del commercio. Sia in Italia che in Argentina ha avuto un’importante ripercussione mediatica. Anarchici e squatters di quegli anni hanno avuto qualche pagina o minuto all’aria nei media di questa regione per parlare di Soledad. “La nuova forma di guerriglia”, intitolava il giornalista Chiche Gelblung nel suo programma Memoria mentre intervistava squatters a Rosario. A battere il ferro ancora caldo è stata anche l’associazione imprenditrice Patricio Rey y sus Redonditos de Ricota che ha nominato Soledad in una delle loro canzoni: “La Sole se fue de lo linda que era” (“La Sole è partita da quanto era bella”). No, l’ha suicidata lo Stato.

Nel 2003 viene pubblicato il libro Amor y Anarquía, la vida urgente de Soledad Rosas di Martín Caparrós, una delle faccie in quegli anni del giornalismo serio e progressista assieme a Jorge Lanata. Il libro è stato un successo e le parole di amore e anarchia circolavano nella tv.

Ma il peggio stava per arrivare, con la realizzazione di Soledad da Agustina Macri e certamente la riedizione del libro. Caparrós, con insopportabile cinismo, difende la realizzazione del film perché nel suo ruolo di bravo uomo d’affari sa adattarsi a ciò che vende nei tempi che corrono, “donne protagoniste” secondo i pubblicitari e gli sceneggiatori.

La complessa e necessaria lotta anticapitalista incarnata da Soledad e Baleno la si vuole far diventare “un ideale, un amore, un’ingiustizia”, come recita il sottotitolo del film.


Atto finale
 
Non smettiamo di chiederci, anche se inutilmente, cosa passa per la testa di qualcuno come Agustina Macri o Florencia Kirchner. Ma non ha senso l’avventurarci ad abissi così scuri. Da nostra parte invitiamo a non assistere alle proiezioni di entrambi i film e a difondere la verità su questi compagni. Esercitiamo una memoria attiva e ribelle.

Ci rallegra sapere che in Italia, compagne e compagni hanno boicottato le riprese di Macri che ha dovuto spostare le sue locations a Milano, mentre che a Roma si sono dovute realizzare sotto la sorveglianza della polizia antisommossa.

Questi compagni non appartengono a nessun gruppuscolo, non vogliamo esercitare su di loro il diritto alla proprietà che ci impone il Capitale. Le loro lotte, le loro vite antagoniche, appartengono ormai a tutta la memoria anticapitalista di tutto il pianeta. I loro sguardi, le loro azioni e le loro parole ci nutrono oggi e lo faranno domani con le nuove generazioni di lottatrici e lottatori. Tanto meno c’entrano in qualche romanzetto borghese.

In quelle pellicole non ci saranno il Brujo, né Sole, né Baleno. Non c’è niente da vedere.

Soltanto una rappresentazione di una falsificazione precedente al prezzo di un biglietto. Soltanto un montaggio di immagini morte animate da un’illusione di movimento.

Testo elaborato tra compagni di Rosario e Buenos Aires (Argentina)

domingo, 29 de julio de 2018

ILUSIÓN DE MOVIMIENTO EN TORNO A LAS PELÍCULAS «SOLEDAD» Y «EL CAMINO DE SANTIAGO»

A un par de kilómetros del territorio rebelde de Cushamen donde mataron a Santiago está el museo Leleque, perteneciente a la estancia Bennetton y dedicado a las "culturas indígenas". Con esa escenificación el grupo empresarial italiano y el Estado argentino pretenden reducir a las comunidades en fantasmas sin voz ni memoria. Objetos inanimados inundan sus vitrinas, fotos en blanco y negro. Textos que no dicen nada. Una atmósfera sin vida que fundamenta la razón estatal. Fuera del museo y la estancia, la maquinaria capitalista se manifiesta de manera menos sutil pero complementaria: tiroteos, incendios de las rukas, intentos de desalojos, torturas y la desaparición y asesinato de compañeros de las comunidades.

Decir que la historia la escriben los que ganan es un lugar común pero no por ello menos cierto.

Este 1 de agosto se estrenará en el teatro porteño ND Ateneo el documental El Camino de Santiago dirigido por Tristán Bauer con guión de Florencia Kirchner.

Para el 20 de septiembre se estrena la película Soledad en torno a Soledad Rosas y su compañero Baleno, dirigida por Agustina Macri, hija del actual presidente.

Como un chiste macabro, dos hijas de los apellidos más poderosos de la burguesía y la política actual han elegido la vida de estos compañeros anarquistas para sus productos.

En ambos casos, han encontrado elementos que al reducirlos a circunstancias cinematográficas, resultan seductores: la rebeldía juvenil, el viaje iniciático, la lucha por una causa, el final trágico. Añadiendo, en el caso de Soledad Rosas, el romance apasionado.

El camino a la mentira
La elección del título del documental, tan obvio, no debe ser acusado de erróneo o poco profundo, para estos amigos del Papa. El camino de Santiago existe. Es una enorme ruta de peregrinación católica, entre Francia, España y Portugal que lleva a la ciudad de Santiago de Compostela en Galicia, donde los fieles honran al mártir Santiago el Mayor, uno de los doce apóstoles. Elocuente título, refleja fielmente la cosmovisión progresista: la reducción de una persona a personaje de ficción y luego a mártir y santo, es decir no humano. A sus seguidores para honrarlo solo les toca rezar y llorarlo, admiran solo lo irreal, aquello que es imposible entender y acompañar. Todo muy cristiano.

El año pasado ya se quisieron apropiar de la figura de nuestro compañero: con sus marchas como procesiones, el intento de convertir al Brujo en mártir de la democracia, metiéndolo en la rosca política que tanto despreció con su lucha, con sus canciones y en sus escritos. No tuvieron tapujos en subestimar la lucha mapuche radical – “pobrecitos indios”- a quien Santiago habría ido a ayudar, como quien hace caridad cristiana. En sus marchas no hablaban de la prisión de Jones Huala, ni de la situación de Cushamen, ni de la propuesta del MAP. De la RAM, solo podían concebir que eran una creación de los servicios de inteligencia. Cristina Fernández, madre de Florencia, apareció con toda su caradurez en una misa portando la foto de Santiago a la par que invitaba a sus seguidores a delatar y castigar a compañeras y compañeros, acusados de infiltrados, de terroristas o de empleados de Macri. Herejes, iconoclastas que no querían procesiones si no que cortaban rutas y calles, y apedreaban policías e iglesias.

Como buen producto para el mercado, El Camino de Santiago, se promocionó con una estrategia de marketing contemporánea. En las calles de Buenos Aires aparecieron afiches anónimos, con estética de agrupación militante, ilustrados con los ojos del compañero. Y rezaba: « ¿Dónde termina el camino de Santiago?» Lo mismo en las redes sociales. Varios spots con imágenes de la Patagonia con la misma pregunta. Muchas personas comenzaron a difundirlo sin saber de qué se trataba y quién estaba detrás.

El director de la cinta, es Tristán Bauer, uno de los mejores cuentacuentos del anterior gobierno. Ex director de Canal Encuentro, también dirigió entre otras, Evita, la tumba sin paz (1997), la exitosa Iluminados por el Fuego (2005) sobre la guerra de Malvinas y Che, Un Hombre Nuevo (2010) que tuvo su debut multitudinario en el Monumento a la Bandera de Rosario. Uno de los productores es el Topo Devoto, que ya trabajó en Néstor Kirchner, la película (2012) dirigida por Paula Luque.

Hoy, estos seres horribles, han producido una imagen lavada del compañero Brujo, poniéndolo al lado de todas esas figuritas, íconos del progresismo.

Como rebote de esto, Clarín y otros medios reaccionarios han salido a pegarle al documental, para seguir machacando que la desaparición y asesinato de Santiago fue toda una opereta K contra el gobierno de Macri. Que en realidad, Santiago solo se ahogó y que además fue engañado por los mapuche terroristas. El discurso de la grieta que tanto conviene a los negocios electorales de ambos grupos.

Ideal. Amor. Injusticia
En 1998, en medio de un montaje jurídico-policial donde son acusados de pertenecer a una agrupación ecoterrorista llamada «Lupi Grigi» (Lobos Grises), Baleno primero y Soledad Rosas después, compañeros de lucha y de vida, se ahorcaron en su encierro. «Crimen de Estado» lo llamaron sus compañeros, porque fueron empujados a tomar aquella decisión. En el marco de este montaje otros tantos fueron encarcelados, okupas y locales monitoreados en un intento de amedrentamiento. La lucha en defensa de la tierra, como es la histórica campaña contra los Trenes de Alta Velocidad en Europa, encontraba un revés histórico.

Al éxito del Estado, le siguió el éxito del sensacionalismo y el comercio. Tanto en Italia como en Argentina tuvo una importante repercusión mediática. Anarquistas y okupas de aquellos años tuvieron algunas páginas o minutos al aire en medios masivos de esta región para hablar de Soledad. «La nueva forma de guerrilla», titulaba Chiche Gelblung en Memoria mientras entrevistaba a okupas en Rosario. Ni lerdos ni perezosos, la asociación empresarial Patricio Rey y sus Redonditos de Ricota nombra a Soledad en una de sus canciones: «La Sole se fue de lo linda que era». No, la suicidó el Estado.

En el 2003 se publica el libro Amor y Anarquía, la vida urgente de Soledad Rosas de Martín Caparrós, una de las caras en aquellos años del periodismo serio y progre junto a Jorge Lanata. El libro fue un éxito y las palabras amor y anarquía circulaban por la tele.

Pero lo peor estaba por venir con la realización de Soledad de Agustina Macri y por supuesto la reedición del libro. Caparrós, con un cinismo agobiante, defiende la realización de la película porque como buen empresario sabe adaptarse a lo que vende en los tiempos que corren, “mujeres protagonistas” según los publicitarios y guionistas.

La compleja y necesaria lucha anticapitalista encarnada en Soledad y Baleno quiere ser convertida en «un ideal, un amor, una injusticia» como reza el subtítulo de la película.

Acto final
Aunque inútil el ejercicio, no dejamos de preguntarnos qué pasa por la cabeza de alguien como Agustina Macri o Florencia Kirchner. Pero no tiene sentido aventurarnos a tan oscuros abismos.

Por nuestra parte invitamos a no asistir a las proyecciones de ambas películas y a difundir la verdad sobre estos compañeros. Ejerzamos una memoria activa y rebelde.
Nos alegra saber que en Italia, compañeras y compañeros sabotearon la filmación de Macri que tuvo que mudar sus locaciones en Milán, mientras que en Roma tuvo que realizarse bajo la protección de policías antidisturbios.

Estos compañeros no pertenecen a ningún grupúsculo, no queremos ejercer sobre ellos el derecho a la propiedad que nos impone el Capital. Sus luchas, sus vidas antagonistas, pertenecen ya, a toda la memoria anticapitalista de todo el Planeta. Sus miradas, acciones y palabras nos nutren hoy y lo harán mañana con las nuevas generaciones de luchadoras y luchadores. Por eso, mucho menos caben en ninguna novelita burguesa.

En esas cintas, no estarán el Brujo, ni Sole, ni Baleno. No hay nada que ver ahí. Solo una representación de una falsificación previa, a precio de una entrada. Solo un montaje de imágenes muertas animadas por una ilusión de movimiento.

Texto elaborado entre compas de Rosario y Buenos Aires.

viernes, 13 de julio de 2018

LA PRESENCIA DE UNA AUSENCIA

A poco de cumplirse un año de aquel 1º de agosto en que se llevaron a Santiago, es importante que la conmemoración esté acompañada de la memoria revolucionaria y la extensión del conflicto social. Santiago era una persona sensible, un rebelde, sus escritos y rapeos hablan tan fuerte que el viento no los lleva. Agita y nos conmueve, contra el papa, los presidentes, los megaproyectos y contra el orden existente, con gracia, con certeza.

A Santiago lo trataron de desaparecer dos veces: primero las fuerzas armadas y luego otros, ocultando su lucha, su vida, sus ideas. Al Santiago anarquista que se solidarizó con los presos por los saqueos de Bariloche, que luchó en las asambleas y barricadas de Chiloé, que cortó la ruta 40 por la liberación de Facundo, le organizaron misas y lo metieron en discursos electorales. Intentaron reducirlo a una víctima: de gendarmería, de Bullrich, de Macri o hasta de los propios mapuche como impulsó el oficialismo. Mientras tanto, sus compañeros de lucha fueron perseguidos por la policía y tildados de infiltrados en las movilizaciones, lo que continúa hasta el día de hoy.

«Es de notar, que la represión sufrida cotidianamente por las comunidades mapuche en el sur, la prisión de Facundo Jones Huala, y sobre todo, el profundo contenido social del Movimiento Mapuche Autónomo del Puelmapu, está en el mismo o peor grado de desconocimiento y tergiversación que antes de la desaparición del Brujo.» Decíamos esto el año pasado, lo que no ha hecho más que empeorar desde entonces.

Recientemente, estamos siendo testigos de una nueva campaña de mentiras en la que se busca establecer a los mapuche como quienes engañaron y abandonaron a Santiago, a la vez que mintieron a la familia. Santiago no fue engañado a Cushamen, sabía lo que hacía y lo que no hacía. Los que no saben nada son los asesinos y encubridores que piensan que con fuerza y mentiras van a parar la lucha y la solidaridad. Para eso publican escuchas realizadas a Sergio Maldonado y a Ariel Garzi, el cual ya salió a decir que esas transcripciones son en parte falsas. Estas escuchas son una parte más del permanente mensaje mafioso del Estado, no solo hacia los mapuche, sino hacia todo el movimiento social. Como cuando plantaron el cuerpo muerto de Santiago, quieren sembrar el ejemplo de lo que nos puede pasar cuando se desobedece, cuando se lucha por una realidad diferente. Así como del otro lado del alambre, se busca quebrar a los grupos que brindan apoyo a las recuperaciones territoriales, para aislar a las comunidades en conflicto, a sus autoridades, voceros y combatientes. 

Como hace un año, como siempre, el Estado, su Justicia y sus cárceles no pueden dar ninguna respuesta más que la violencia, contra todos aquellos que enfrentan su terrorismo y su mundo de muerte y miseria.

ARGSESINA

Letra de la canción Argsesina, del dúo de rap Santa Blasfemia del que formaba parte Santiago Maldonado
Acá en Argsesina 2016, un país mediocre como lo ves. Al derecho o al revés, ¿qué es lo que ves? Todos piensan que estaban antes bien. Ahora aparece la corrupción, la desocupación, la inflación y la intoxicación.
Mirá la tele, están todos distraídos con los dólares que aparecen escondidos en mansiones, en conventos. Ese dinero ya fue robado a mí, a ti y a nuestros antepasados. La naturaleza exige ¡venganza!
El extractivismo incrementó sus ganancias. A algunos empresarios se les hinchó la panza. Otros desnutridos preocupados en una balanza. ¿Qué es lo que pasa? En este mundo de tranza, unos están muriendo y otros tienen esperanzas en la democracia. Todo está ya dicho. Si te regalas te meterán el bicho.

La gente compra el discurso del progreso, ¿qué entienden por eso? Que venga la yuta y te rompa los huesos. O que te estafen en una iglesia arrodillado con la cruz de madera.Y si el cura quiere te haga su sexo. Eso es, eso es progreso.

Que a un mar lo contaminen con salmones muertos. Que a un monte lo desmonten para una termoeléctrica. Eso es progreso.

Que a una montaña la dinamiten para una megaminería. O también que hagan una autopista para acelerar la mercancía.

Después en la iglesia te hablan de la profecía. Que todo se está cumpliendo según dijo el mesías. 

Empiezo a desconfiar de que fue premeditado, dictado para que ahora le echemos culpa al diablo. ¿Entiendes de lo que hablo?

El profeta Pablo comunicó sus vocablos. Y ahí muchos testigos de tantos sacrificios, como si ahora no te sacrifican en tu oficio. No seas necio, abrí tus ojos y tus oídos. ¡Que el progreso es tu enemigo!

Arrasa con todo, no le importa nada, si sos una nena o sos una anciana. Destruye la vida en cuestión de segundos. Lo que tarda años en crecer, en instantes puede desaparecer.

Es la magia del capitalismo. El ratón Mickey con su cinismo. Rockefeller bailando en el abismo. Asimismo la lucha continúa, en esta era y ahora mismo.
Aquí y ahora, ¡la lucha continúa!

EL DIOS EMPRESARIAL

Texto de Santiago Maldonado.
Extraído de su fanzine Vagabun2 de la Idea – Mendoza 2015. Se respeta la forma de escritura original.
¡Oh Dios! Que estás en los cielos de tu imperio. Tú que eres el guardián de las cajas fuertes, que duermes entre los lingotes de oro, plata, titanio y cobre! ¡Que estas resguardado de las crisis terrenales cuando hay hambre, histeria colectiva, catástrofes naturales y artificiales! Tú que todo lo ves y todo lo sabes!! 

¡Que puedes juzgar a lxs mortales, decir quien entra y quien no, quien goza de felicidad y quien se arrastrará en la inmundicia precaria y putrefacta!!! A ti, rey de reyes te desafiamos, baja de esa cruz barnizada de la deforestación por la civilización y la modernidad!

¡Tus templos serán ocupados por lxs barbarxs y serán focos de resistencia, llamas en la oscuridad con centellas protectoras, la fuerza y la energía ha de acompañarnos en los caminos de la vida que hemos elegido para afrontar hasta las situaciones adversas y los obstáculos que se presenten a lo largo y ancho del transcurso de los senderos… la vida es para vivirla y disfrutarla, no es para mirarla como se pasa, no es disney, no es gran hermano, no es la novela más taquillera… es simplemente única sobre todo…

VOTAME

Texto de Santiago Maldonado.
Extraído de su fanzine Vagabun2 de la Idea – Mendoza 2015. Se respeta la forma de escritura original.
¿Por qué insistimos en que votes? Porque te queremos someter en el presente para que en el futuro sigas sometido/a. Pensamos que bloqueando tu mente y alienándote con nuestros proyectos de salud, educación, trabajo, seguridad, confort y tecnología, nos aseguraremos la banca, el estatus social y el poder que tanto anhelamos.

Creemos en la jerarquía social y en que nosotros debemos mandar y ustedes obedecer porque así se logra una patria para todos y todas. Alguien debe gobernar es por eso que acá estamos, sino todo sería un kaos y reinaría la libertad, cada uno/a haría lo que quisiera y nosotrxs no existiríamos.

También creemos que con el dinero recaudado de los impuestos de la esclavitud que queremos imponer podremos controlar cada rincón del planeta Tierra, reforzar la vigilancia con cámaras de seguridad en cada paso que hagas, más policías, militares, armas y terror.

Crear mas cárceles y puestos de trabajo para torturar, silenciar y aislar al que no se adapte a las reglas del juego.

¡¡¡Fuego a las urnas, a la democracia, al parlamento, a la Constitucion Nazional!!!

Ni votos ni botas. ¡Nadie te representa solo vos mismx! Sin jefes ni lideres.

WE TRIPANTU ENTRE REJAS

El 23 de junio, el lonko Facundo Jones Huala levantó la huelga de hambre que sostuvo tras 23 días, al lograr algunas respuestas respecto a su exigencia al servicio penitenciario de Esquel de que se lo respete como autoridad mapuche y se le permita realizar esta ceremonia sagrada en la cárcel, para lo que deben ingresar un número determinado de personas y elementos.

El otro punto importante del reclamo sigue siendo el cese de la persecución contra los compañeros Fausto Jones Huala y Lautaro Gonzalez, a quienes quieren culpar por la muerte de Rafael Nahuel. El asesino material está identificado y se llama Francisco Javier Pintos, pero el juez Villanueva sostiene la acusación contra los compañeros, dictaminando la cárcel preventiva para ambos, que aún no se ha hecho efectiva pero representa una amenaza latente.

Al recibir la respuesta favorable para la realización de la ceremonia luego de la medida de fuerza, Facundo decía:

«Esto hay que entenderlo como una victoria colectiva, principalmente de las comunidades y el pueblo mapuche movilizados y organizados, como una pequeña batalla ganada en esta gran confrontación histórica y milenaria contra los Estados opresores y el sistema capitalista. No hay que cesar las movilizaciones. El Machi Celestino sigue en huelga de hambre. Tenemos más presos políticos mapuches. Tenemos nuestra gente perseguida en ambos lados de la cordillera buscados por las fuerzas represivas del Estado opresor. Se acerca otra fecha más del asesinato del weichafe Rafael Nahuel. De esta maldita prisión política. Como también del asesinato de Estado del compañero Santiago Maldonado en la comunidad en resistencia de Cushamen. Por eso no hay que cesar las movilizaciones. Porque además Benetton sigue en nuestra tierra. Lewis sigue en nuestra tierra. Y todos estos malditos capitalistas siguen oprimiéndonos. Siguen en nuestra tierra llegando mineras, petroleras, hidroeléctricas y forestales y todas esas empresas que destruyen y contaminan. Entonces, un abrazo grande y cálido a todos.»

El We Tripantu es más que “32 cuchillos y 2 parrillas”, como difamaron los perros de la prensa. Se trata de la celebración del solsticio de invierno, una de las ceremonias colectivas de los mapuche en la reconstrucción de su mundo. Detrás de Facundo, hay un proyecto de vida que necesariamente entra en contradicción con los intereses capitalistas, y por eso se lo ataca.

Durante los últimos años, los sectores mapuche que no negocian con el Estado y las empresas continúan creciendo a través de la lucha. Emplean la acción directa a pesar de la represión y más allá de la coyuntura política como bien dicen, por la recuperación del territorio ancestral. Defendiendo la autonomía del territorio, la independencia y la producción propia en las recuperaciones, sin injerencia de los capitalistas ni del Estado.

Esta lucha no está aislada. Las comunidades resisten colectivamente y junto a otros explotados en lucha a las nocividades capitalistas como mineras, petroleras e hidroeléctricas, que atentan y devastan el territorio.

Cuando los compañeros del Movimiento Mapuche Autónomo del Puelmapu hablan de volver a ser mapuche, nos hablan de un proyecto político, filosófico, cultural, espiritual. Como nos pasa a menudo a quienes enfrentamos el orden existente, debemos emplear numerosas categorías para explicar lo que en realidad significa la superación de todas ellas.

La lucha anticapitalista y revolucionaria requiere de la crítica y el enfrentamiento de las separaciones impuestas por el Capital. Lo que se decide no puede seguir escindido de lo que se hace, como lo que se hace no puede estar ajeno del juego, el placer y la espiritualidad, como la naturaleza y el territorio no pueden estar separados de la vida en comunidad. Se trata de una transformación social integral, reconfigurando completamente las necesidades humanas, inseparablemente de la forma de satisfacerlas.

Las ceremonias sagradas de los mapuche como el We Tripantu, el Kamaruko o el Guillatún, que se realizan en las comunidades en resistencia y en conflicto, fortalecen su lucha y visión integral, poniendo en práctica y reconociendo su conocimiento ancestral, su lenguaje, su espiritualidad. Formas de conocimiento y espiritualidad que están en conflicto con la razón capitalista y su afán de dominio destructivo de la naturaleza, y con el represivo pensamiento judeocristiano. Cuando en otras regiones se habla de la necesidad de Estados plurinacionales o pluriculturales, como ocurre en Bolivia institucionalmente, se supone que los pueblos podrían desarrollar su cultura sin confrontar al orden social dominante. Como si se tratara de un culto más que “hay que respetar”.

Como señalaron muchas veces desde el sur, la desaparición, la tortura y el despojo vivido por las comunidades mapuche no suele tener ninguna repercusión mediática. Los gobiernos locales están asociados con o forman parte ellos mismos de las familias adineradas que tienen las tierras productivas y los accesos a los ríos. Facundo estuvo casi todo el mes sin comer y 4 días sin tomar agua, antes de recibir respuesta. Dio lucha incluso en el encierro. No dejemos pasar el mensaje combativo de las comunidades en estos tiempos de resignación y electoralismo. Sigamos apoyando las recuperaciones territoriales.

NICARAGUA TAN VIOLENTAMENTE DEMOCRÁTICA

Una reforma desató la cólera en Nicaragua el 18 de abril, cuando el gobierno anunció que aumentaría las contribuciones de trabajadores y empresarios e imponía una retención del 5% a los jubilados. La situación de conflicto se da a su vez en un marco más amplio que incluye también reclamos de los campesinos, estudiantes y del movimiento de mujeres.

Rápidamente empezaron los primeros asesinados por la represión en Managua, la capital, así como en distintas localidades. Al mismo tiempo se sucedieron ocupaciones en universidades y se plantaron barricadas enfrentando a las balas policiales. Al día de hoy, las movilizaciones no han cesado y hay localidades enteras paralizadas, como Masaya, León, Matagalpa, Jinotega y Diriamba.

El 22 de abril, frente a la masiva reacción social, el presidente Daniel Ortega anuncia la retirada de la reforma de la Seguridad Social, con más de treinta muertos en menos de una semana de enfrentamientos. El 30 de mayo, en ocasión del día de la madre, se realizó la “madre de las marchas”: madres de los reprimidos y asesinados marcharon con las fotografías de sus hijos, junto a manifestantes que fueron heridos y torturados.

Sectores que provienen principalmente de escisiones del actual partido gobernante Frente Sandinista de Liberación Nacional buscan la renuncia de la pareja presidencial y proponen una junta de salvación nacional, que haga reformas institucionales y legislativas que permitan organizar elecciones libres y transparentes en un plazo máximo de 180 días. Se baraja la posibilidad de adelantar las elecciones para marzo de 2019.

Por otro lado, también se extiende la memoria y la solidaridad entre los participantes de las movilizaciones, muchos de ellos, hijos o nietos de épocas de agitación revolucionaria contra Somoza. En algunas ciudades se reúne comida en las parroquias para alimentar a los jóvenes que cuidan las barricadas y se organizan en turnos para cocinar en fogones improvisados. También se hacen colectas de dinero para comprar los morteros, con los que se defienden las barricadas, muy numerosas por cierto.

El partido de gobierno junto a paramilitares y mercenarios en motos persiguen y hostigan a los pueblos en lucha. Los asesinatos de niños y ancianos despertaron gran indignación, alrededor de 300 son las personas asesinadas hasta el momento por el terrorismo de Estado, se habla de 1.300 heridos y más de 500 detenidos.

La prensa burguesa habla de crisis, mientras los sectores sociales combativos no tienen tiempo para cuestionar y conversar todo lo que les gustaría transformar, las cosas se complican y cambian constantemente, en este convulsionado territorio de 6 millones de habitantes.

Las patronales, la iglesia y las alternativas opositoras al régimen de Ortega tienen sus propias agendas para Nicaragua y esperan aprovechar el levantamiento para implementarlas. Pero una vez más, no podemos desestimar las movilizaciones como si estuviesen orquestadas por los sectores más reaccionarios o por aquellos en disputa con el sandinismo oficial, como si la lucha de los proletarios no fuese ya posible, como si todo pasara entre las organizaciones que luchan por el poder del Estado.

Con gobiernos progresistas o sin ellos, en Nicaragua, Haití, Francia o México las luchas de los explotados estallan a pesar de todo.

2017 - 1 DE AGOSTO - 2018: ¡SANTIAGO PRESENTE!

Este afiche es producto de un esfuerzo colectivo y está siendo pegado en diversas localidades del territorio dominado por el Estado argentino.

En agosto: ¡TODOS A LA CALLE!

NUEVA PUBLICACIÓN: ZAD. OTRO FIN DEL MUNDO ES POSIBLE

Tradujimos un artículo del colectivo Crimethinc. sobre la Zona A Defender de Notre–Dame–des–Landes, en Francia, conflicto que tratamos en el nro. 54 de la Oveja Negra y el nro. 31 de Temperamento Radio. El artículo se titula ZAD. Otro fin del mundo es posible y lo publicamos como folleto para seguir contribuyendo a las luchas por la tierra y contra el Capital. Disponible en papel y en el blog del boletín (enlace más abajo).

«Defender la zona y luchar contra el aeropuerto y su mundo no significa simplemente ocupar el ZAD o vivir allí mientras se espera el desalojo. También significa construir una ofensiva real contra el proyecto mediante el desarrollo de prácticas de resistencia colectiva.»

domingo, 24 de junio de 2018

PANFLETO: ¡MUNDIAL ES LA MISERIA! ¡NADA QUE FESTEJAR!

Una vez mas, como cada 4 años, el Mundial de Fútbol nos invade. Otra vez la burguesía internacional hace correr a sus soldaditos del deporte y el comercio. Otra vez el deporte como disciplina de control de los cuerpos y como mejor camino hacia el bombardeo mediático de mercancías.

Cada país participante aprovechara mejor la actuación de su equipo. Empezando por Rusia, en el ojo del turismo mundial para tapar con dinero y fanatismo la sangre que derramó bombardeando Siria.

Del lado argentino la hiper-explotación del empresario Messi, como ejemplo del débil que se convierte en fuerte y tiene que hacer lo imposible para triunfar… y la exigencia constante de que gane un titulo para Argentina, la sed de tener un fundamento para sentirnos “los mejores del mundo”. Que más puede querer el Estado argentino... en estos años marcados por la expansión de la miseria y la represión. Nada mejor que una pelota de fútbol para complementar el palazo del policía. Aunque no tengamos que comer, brindaremos en unidad nacional con quienes nos cagan, en un éxtasis de patriotismo, xenofobia y machismo.

En el caso ruso, la apología de una masculinidad competitiva, agresiva, fundada en el individuo que todo lo puede y que siempre tiene que dar más es complementaria con la hostilidad hacia la comunidad gay y trans característica de la Federación Rusa. Esta llega a su punto máximo en Chechenia con sus campos de concentración, donde se encierra y se tortura e incluso, según algunas versiones, se ha llegado a ejecutar a disidentes sexuales.
También en campos de concentración se hacina a los trabajadores nepaleses en Qatar- la próxima sede- durante la construcción de los estadios. Engañados para viajar, y una vez allí se les retiene pasaportes y documentos para mantenerlos cautivos entre larguísimas jornadas bajo un calor sofocantes. Ya son mas de 2000 las personas que han muerto construyendo esos estadios.

Contra los festejos de los explotadores gritamos bien fuerte: ¡Mundial es la miseria! ¡Nada que festejar!

Junio de 2018. Región argentina.



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domingo, 10 de junio de 2018

EL PESO MUERTO DE LA ECONOMÍA

A fuerza de repetírselo una y otra vez, la ciudadanía argentina acaba creyéndose que no es el peso el que se devalúa sino el dólar el que sube. «Dios es argentino», y el sol giraría alrededor de la República Argentina. Macri sería el responsable del ajuste, la presión sería ejercida desde fuera del país por buitres extranjeros, una política nacional acorde podría frenar estos embates de la economía, y para qué mirar más allá del ombligo de la patria.

El Capital, representado por Macri, el Fondo Monetario Internacional, los empresarios, pero también por cada uno de sus gestores, es ante todo una relación social que se da en todo el planeta. Por tanto, ni Macri, ni Dujovne, ni tampoco Lagarde del FMI pueden controlar la economía mundial. A lo sumo pueden definir tal o cual medida económica, pero es la ganancia la que se impone. Es el peso muerto de la economía que oprime lo vivo, deforestando bosques e imaginaciones, envenenando ríos y relaciones humanas, destruyendo la tierra e hipotecando el futuro. En territorio controlado por el Estado argentino como por cualquier otro Estado. Para el Capital, las fronteras que nos impone son inexistentes, su única patria es la ganancia, su búsqueda de crecimiento ilimitado.

La opresión que sentimos por no llegar a fin de mes, eso que conocemos como “ajuste”, efectivamente es un ajuste en nuestras condiciones de vida. Nuestros salarios reales bajan porque cada día aumenta el costo de todas las mercancías que consumimos para reproducirnos mientras que, en comparación, el salario sube en un porcentaje ínfimo. Esta pauperización de la vida de los desposeídos no es un invento del actual gobierno argentino, porque es neoliberal, porque el macrismo es malo o porque sus ministros son gerentes, estos procesos son históricos en la sociedad capitalista y responden a sus necesidades más profundas. A lo que apunta el ajuste no es a otra cosa que a la recomposición de la tasa de ganancia de los burgueses. Se quitan las retenciones a los empresarios agrícolas, se devalúa el peso, aumentan los costos de los servicios e impuestos, se imponen techos salariales, se entablan unas mejores relaciones con las potencias centrales para generar un clima de negocios confiables que incentive la inversión y estimule un nuevo ciclo de acumulación capitalista.

Quien impondrá las medidas de austeridad brutales que se nos están viniendo encima no será el FMI, sino la burguesía como clase internacional. Esos mismos que nos saquean día a día, que nos ajustan, vienen de afuera pero también están aquí dentro. ¿Por qué diferenciarlos? ¿Por qué debería importarnos la nacionalidad de quienes nos oprimen y explotan?

El ajuste es una realidad. Aunque algún paliativo se vote en el congreso o se vete por el ejecutivo, la devaluación baja los salarios a la fuerza y eso no se modifica, aunque se debata o se haga barullo fuera del congreso.

Basta con comparar en dólares nuestro salario de hace un año con el de hoy. Nuestras desgracias son la contracara de lo que la burguesía persigue. Es inevitable que la integridad de nuestra clase se oponga al Capital, porque a mayor ganancia del capitalista mayor nuestro sufrimiento.

Pero también es preciso no perderse en estériles oposiciones al gobierno de turno y a tal o cual medida; cualquier gobierno y todos los Estados son parte elemental de la organización capitalista de la sociedad, y existen para garantizar mejores condiciones a los capitalistas.

La patria es el peligro

En el mes de la patria, el Estado argentino sacó a relucir nuevamente su poder de fuego. Sea en el rubro de los frigoríficos, del transporte, la especulación inmobiliaria o la impunidad de los milicos, sus represiones con distintos grados de violencia nos muestran que, por idiotas que puedan ser sus planes de gobierno, mantienen por completo el control armado del proceso de reestructuración capitalista.

Ya sea que «la patria está en peligro», que «la patria es el otro» o en vísperas de un nuevo mundial de futbol, el ya clásico «somos todos argentinos», es la comunidad del dinero la que continúa siendo la base sobre la cual se articula no solo la conciliación de clase, sino también el brutal despliegue de las fuerzas armadas para detener la conflictividad social y la lucha en las calles.

La lucha por nuestras necesidades no puede votarse ni vetarse, pero puede ser detenida con violencia, asimilada por la política y mistificada por la religión.

La función básica del Estado y sus representantes se refleja expresamente en las reformas laborales y en la represión a cualquier protesta. Y frente a una situación de crisis mundial no está en manos de uno u otro presidente, de uno u otro partido, detener nada.

De todos modos, la economía burguesa es una timba y la casa siempre gana.

El 25 de mayo, día histórico de represión a la protesta social y de imposición de los explotadores sobre los explotados, se pudo ver una masiva reacción espectacular de la oposición frente al nuevo acuerdo con el Fondo Monetario Internacional.

La respuesta, blanda como la mierda que la propuso, tuvo lugar bajo la consigna «La patria está en peligro».

Y esta nueva procesión no hizo más que destilar incapacidad y obediencia, bajo una fórmula recurrente, de la que puede participar desde un actor hasta una vecina. Hablar el lenguaje de los amos, movilizarse, pero solo como modo de validar la dominación y la imposición de la lógica democrática sobre el ser colectivo.

Nuevamente, bajo el signo de la cruz y la patria, se ejerce una represión, limpia, si se quiere, y bajo el signo de la prepotencia armada, otra represión, tanto más sucia e indignante.

La voz de los papistas interviniendo en el acto nos recuerda que en las distintas intervenciones de la Iglesia en los conflictos sociales, ambientales o laborales, la religión está siempre aliada con la tiranía. Y más aún, fijémonos cuando los adoradores de lo divino, que pueden llegar a maldecir a los poderosos, continúan impulsando una doctrina de sangre, divulgando a cada palabra su disciplina inmunda, en la que la humanidad tiene que sacrificarse.

Las acciones del aparato represivo y del aparato judicial del Estado, tanto en las jornadas del primero de septiembre como en los enfrentamientos de diciembre del año pasado, están a punto de ser ampliadas y legitimadas a través de la reforma del Código Procesal Penal tratada a fines de abril, que de ser aprobada implicará, entre otras cosas, la vigilancia acústica de las comunicaciones, lo que permite realizar grabaciones de conversaciones privadas de imputados por fuera de sus domicilios; vigilancia de equipos informáticos; y acceso a toda la información que las personas poseen en sus dispositivos electrónicos. Esto posibilita el uso de rastreadores para conocer la ubicación de la persona, el acceso a sus contactos, perfiles de redes sociales, fotos, y también la activación de los micrófonos de las computadoras para grabar conversaciones.

Se prevé la exención de responsabilidad para los policías y miembros de las fuerzas de seguridad que actúan en cumplimiento del deber y con su arma reglamentaria.

En el mismo capítulo, aparecen reguladas con detalle las figuras de “infiltrado” (agente encubierto), “provocador” (agente revelador), “buchón” (agente informante) y “traidor” (arrepentido). Si miramos apenas algunos casos contra anarquistas o el pueblo mapuche del lado “chileno”, podemos ver inmediatamente que la utilización de estas figuras abre un campo enorme para la fabricación de evidencias y falsas incriminaciones.

También, en torno a las manifestaciones, se pena con hasta 3 años a los que detengan o entorpezcan la marcha de un medio de transporte mediante piquetes y a quienes tiren “proyectiles” contra las fuerzas armadas. Lo que, sumado a la exención de responsabilidad de los perros del Estado, deja la puerta abierta a la represión sin asco.

Al cierre de esta edición se cumplen diez meses de la desaparición y asesinato de Santiago Maldonado por parte de la Gendarmería. El presidente anunció que se va a modificar la normativa vigente para involucrar a las Fuerzas Armadas en el “apoyo logístico” a tareas de “seguridad interior”. Como primer paso, esto implica enviar militares a las fronteras para así liberar más gendarmes asesinos a fin de utilizarlos en la represión interna y el control social.

Bajo la vieja excusa de “narcotráfico” y “terrorismo internacional”, lo que antes se pudo realizar bajo un “estado de excepción”, se convierte ahora en la norma general.

El triunfo de la humanidad frente al capitalismo es incompatible con la supervivencia de la religión, de la patria y de la política. Solo la revolución social puede destruir la dominación existente. Solo los explotados tenemos una verdad distinta por la que luchar.

La salida de la iglesia, el gobierno, partidos, sindicatos y movimientos “sociales” preponderantes es la de siempre, al no poder proclamar abiertamente que su programa de gobierno consiste en el mantenimiento por todos los medios de la esclavitud cada vez más vergonzosa de los explotados. Pero en vista de ganar aliados burgueses, realizan su programa, cada cual según sus capacidades, reprimiendo, calumniando y manteniendo las luchas en su parcela: boicoteando todo reclamo emergente.

Reconocer y nombrar a todos nuestros enemigos es la condición previa para poderlos combatir victoriosamente. En situaciones como estas, saber lo que no hay que hacer, es tan importante como saber lo que efectivamente hay que hacer.

... Y EL PESO MUERTO DE LA LEY

La ley nos da desconfianza a quienes somos sometidos por ella, es decir, a la mayoría de la población. Es un secreto a voces que la ley solo existe para mantener la riqueza del rico y la pobreza del pobre. Sin embargo, en algunas ocasiones y por diferentes motivos, los oprimidos recurren a la ley, a los tribunales, a la Justicia, pero no como acusados, sino como acusadores. Y es sobre esto que queremos compartir una reflexión.

Sabemos que en estos tiempos de posverdad se distorsiona deliberadamente la realidad con el fin de crear y modelar la opinión pública. Y los hechos objetivos tienen menos importancia que apelar a las emociones y a las creencias personales. Intentar una reflexión razonable es un pecado, pero acá vamos. Porque nunca habrá tiempos de paz para poder sacar lecciones de la historia sin estar apenados por las injusticias, con miedo a los asesinos o con urgencia por los agobiantes sucesos cotidianos que nos duelen.

Pondremos en común algunos hecho para intentar sacar alguna lección. Más aún sabiendo que muchos modelos de montaje que pasan por Italia y España luego son lucidos en Chile y se intentan imitar también en Argentina.

Para comenzar, pondremos un ejemplo breve pero no poco importante. No olvidamos cuando en 2003 cinco compañeros anarquistas en Barcelona debieron declarar ante el juez Baltazar Garzón, bajo la acusación de “banda armada–organización terrorista”, en uno de los tantos montajes del Estado español que luego se cayó. Se trata del mismo jurista–héroe que combatió los denominados crímenes de lesa humanidad, a E.T.A., el terrorismo de Estado y la corrupción política. Es el caso de quien no quiere nada fuera de la ley, ni por derecha ni por izquierda, ni lucha anarquista, ni nada que perturbe la paz social del Capital y su democracia. Es importante retener la trayectoria de estos personajes, en tanto defensores de la ley, para comprender que, si bien se podría coincidir con alguno de sus reclamos, estos no pueden separarse de un plan general. La intención de los defensores de esta sociedad no es acabar con los problemas sino reglamentarlos.

Yéndonos nuevamente a otro ejemplo español, podemos sacar alguna lección más. Carlos Palomino, antifascista de 16 años fue asesinado por Josué Estébanez, soldado del ejército de 24 años. El 11 de noviembre de 2007 iba a realizarse una manifestación xenófoba convocada por Democracia Nacional. Carlos acudió junto a tantos otros a una contramanifestación impulsada por varios colectivos antifascistas. El soldado lo apuñaló en el corazón en un vagón del metro. Lo registrado por las cámaras de seguridad muestra a este neonazi gritando «guarros de mierda», «os voy a matar», «Sieg Heil». Logró huir del metro, no sin antes apuñalar a un compañero de Carlos en las costillas. Finalmente, fue alcanzado y golpeado por un grupo de personas frente a una comisaría cercana, donde agentes municipales lograron separarlo y detenerlo.

«Hombre, sí, sabíamos que era de derechas, que tiraba para la derecha, pero nada más. No era ningún fanático, o al menos no lo dejaba traslucir», dijo uno de los camaradas del milico en una entrevista. Al comienzo, los medios hasta se encargaron de ocultar su profesión.

Finalmente, fue condenado a 19 años de prisión por asesinato y otros 7 por tentativa de homicidio. Por primera vez en España se incluía el agravante de “motivos ideológicos” en una sentencia, reconociendo a la violencia fascista dentro del marco de los “delitos de odio”.

Desde el año pasado y en el mismo país, esta figura de “delito de odio” quiere aplicarse a quien se defendió de un fascista. Por tanto, vemos cómo la festejada dureza de la ley rápidamente se vuelve en contra (claro, si se supone que alguna vez estuvo a favor). Se trata del caso de Rodrigo Lanza, chileno de 33 años quien, el 8 de diciembre de 2017 en un bar de Zaragoza, se topó con un nacionalista y en la trifulca este último terminó muerto. «Un crimen por los colores de una bandera», titularía la noticia el diario El País. El origen sudamericano del supuesto atacante solo echaría más leña al fuego. Ese hombre, que llevaba unos tiradores con los colores de la bandera española, no era un simple nacionalista, sino un simpatizante de la Falange y partícipe de un grupo de motoqueros reaccionarios que juraron vengar su muerte y que están acechando okupaciones y “guarros” por las calles de Zaragoza.

La paradoja está en que la mayoría de los antifascistas festejaron anteriores penas por “delito de odio” a nazis y/o fascistas y hoy se encuentran enfrentados a ellos pero en el banquillo de los sospechados. Remarquemos que no se trató de una caza de nazis ni de una contramanifestación o boicot organizado, sino de una pelea callejera y que la pena se agravó por la pertenencia de la víctima a tal o cual corriente política e ideológica.

A fines de abril, en el Estado español, fueron condenadas ocho personas por un supuesto ataque a dos guardias civiles y sus parejas en un bar. Las penas van de ¡12 a 62 años de cárcel! por delitos de lesiones y amenazas con carácter terrorista (¿?). El fiscal considera que hay “prueba suficiente” de que el ataque no fue ni una “trifulca” ni una “pelea de bar”, como sostienen las defensas, sino que se trató de «una acción organizada, planificada y premeditada» cuyo fin era expulsar a la Guardia Civil del pueblo e «infundir terror» en quienes no piensan como ellos.

En Argentina, el juez Bonadío ya más de una vez buscó imputar a diferentes personas, entre ellos anarquistas, por “prepotencia ideológica”. Y es el mismo juez que hoy mantiene preso al compañero anarquista Diego Parodi, aún cuando su defensa y la fiscalía están de acuerdo en la excarcelación. Evidentemente, con la ley o sin ella se puede encarcelar igual.

El 6 de marzo, en Mar del Plata, comenzó el juicio oral y público a ocho militantes neonazis acusados de doce hechos de amenazas, daños y lesiones ocurridos entre 2013 y 2016. A comienzos de mayo, en un fallo inédito, el Tribunal Oral Federal en lo Penal N°1 impuso a este grupo de neonazis penas de hasta nueve años y medio de prisión de cumplimiento efectivo, muy por encima de las requeridas por el Ministerio Público.

Uno de los motivos para que las penas fueran tan altas fue considerarlos miembros de una misma organización que, desde lo penal, se advierte como una asociación ilícita. El voto fue unánime, los tres jueces consideraron que los delitos perpetrados por los acusados y probados durante este juicio oral y público «incitan al odio» y «generaron un envenenamiento del clima social». Como sabemos que la justicia es ciega, esto nos da un poco de terror, porque tanto vale para unos imbéciles neonazis como para un grupo de desocupados, fumigados, hambreados o cualquier otro grupo que se proponga luchar contra las condiciones impuestas.

Evidentemente no tenemos una propuesta para parar a los nazis en una ciudad. A sabiendas de que el castigo estatal tampoco lo para, como no puede acabar tampoco con la violencia machista, ni con la trata, ni con nada de lo que dice castigar. Porque, recordemos, es el propio Estado el que cuenta con el monopolio de la violencia y está detrás del narcotráfico, la trata, el machismo, el rascismo y la xenofobia. Lo que también sabemos es que el castigo estatal tampoco podrá parar la lucha que enfrenta toda su violencia. Estas reflexiones solo pueden hacer sentido en quienes intentan o al menos desean acabar con el estado de cosas actual. Apelar al endurecimiento de las leyes no puede ser una posibilidad para quienes intentamos subvertir lo existente. Y no por una cuestión de principios, sino de previsión.

Porque, cuando se parte de meros principios, estos pueden ser dejados en espera en nombre de la urgencia y el realismo. Y esto ocurre porque el idealismo principista no surge de los balances de la lucha, históricos y actuales, no parte de comprender las relaciones sociales que dominan este mundo, sino de cerebros pretendidamente iluminados que quieren que su conciencia determine la existencia social. Cuando la realidad les pasa por encima, siguen depositando todo en su conciencia, pretendiendo ilusamente tener todo bajo control, mientras están empantanados en el terreno del enemigo. La total oposición a la Ley no surge de unas bellas ideas, sino de nuestra realidad y nuestra historia como clase.

ACTUALIZACIÓN DE INFORMACIONES SOBRE LAS COMUNIDADES MAPUCHE EN LUCHA

Benetton insiste en denunciar a miembros de las lof en resistencia del departamento Cushamen por usurpación. A pesar de que la fiscalía retiró los cargos en mayo, el proceso se realizará nuevamente. Del mismo modo, el poder judicial está intentando embargar e impedir que compañeros y compañeras crucen la frontera.

El 15 de mayo, la Sala III de la Cámara de Casación Penal decidió revocar la excarcelación de Fausto Jones Huala y Lautaro Gonzáles, la cual había sido otorgada por el Juez Federal de Bariloche Gustavo Villanueva.

Ellos fueron quienes bajaron el cuerpo de Rafael Nahuel, asesinado el 25 de noviembre por el grupo Albatros de la Prefectura en Bariloche. Según se conoció recientemente, Francisco Javier Pintos fue el responsable de la muerte de Rafita. Pero él no estaba solo, dispararon 114 balas que podrían haber causado una masacre. Hoy todos los verdugos siguen libres.

Facundo Jones Huala cumple el 27 de junio un año de prisión en Esquel. El día 30 de mayo pasado inició una huelga de hambre: «Este año, ni siquiera me permiten realizar el we xipantu, quieren encarcelar a los peñi por tratar inocentemente de salvar a Rafa, invito a reflexionar a todos y actuar. Dejen de esperar Mesías, nos salvamos nosotros entre todos, no hay milagros.»

NUEVOS MATERIALES: CUADERNOS DE NEGACIÓN NRO.11

Cuadernos de Negación nro.11: Contra la valorización de la vida

El fundamento de la sociedad capitalista es la dictadura del valor en proceso y la utilidad de los objetos producidos son solo un medio, el llamado valor de uso es solo un soporte del valor de cambio, del valor valorizándose.

Pero nada en ninguna parte posee naturalmente una cualidad tal como el valor. Esta es consecuencia del modo en que la sociedad organiza su producción. El valor y la mercancía, así como el dinero o el trabajo no son datos neutrales y transhistóricos, y mucho menos naturales y eternos, se trata de categorías básicas del capitalismo.

Valorizar la vida no significa poner la vida en el centro sino, por el contrario, situarla en la balanza.

Disponible en la feria de la Biblioteca y en la web: cuadernosdenegacion.blogspot.com

LOS BUENOS Y LOS MALOS

El domingo 20 de mayo Todo Noticias emitió un programa titulado «Mapuches. La guerra por la tierra». El mensaje fue claro, según el canal de noticias del grupo Clarín en la comunidad mapuche hay buenos y malos. Los primeros son pacíficos, quieren integrarse a la sociedad argentina y hasta se ven perjudicados ellos y sus negocios por la violencia de los malos que se empeñan en la “lucha anticapitalista” (sic) y por un "socialismo paleolítico" (sic).
 
Podríamos pasarnos párrafos y párrafos señalando los errores cometidos por los periodistas de dicho canal y sus historiadores entrevistados, sus desprecios y su malicia a la hora de informar. Sin embargo queremos señalar dos cuestiones fundamentales:
 
La primera es subrayar, al igual que nuestros enemigos de clase, que no hay conciliación posible. O se está en contra del capitalismo o se está a favor. Se está por la ruptura con el orden dominante o se colabora en su gestión. Se está con las comunidades rebeldes o se está en contra. Mientras tanto podemos debatir fraternalmente nuestras diferencias, pero otra cosa es defender a los rebeldes a la vez que se defiende el Estado argentino, pedir por la libertad de Facundo y posicionarse contra las acciones que el compañero reivindica públicamente.
 
La segunda es señalar la estrategia de separar a los explotados entre buenos y malos, para que los "buenos" también luchen contra los "malos". Sería por culpa de los mapuche rebeldes que los mapuche ciudadanos y obedientes son perseguidos, discriminados y violentados. Del mismo modo que en cualquier manifestación, sería por culpa de los tildados de violentos que la policía reprime y no porque ésta sea el brazo del monopolio estatal de la violencia.
 
Es importante prestar atención porque son estrategias muy simples de identificar en el enemigo, tanto a nivel discursivo como a nivel práctico. ¿Acaso no es obvio que en ciertas manifestaciones que se desbordan la policía en vez de atacar a los más certeros en los ataques reprime a los que están pacíficamente marchando? ¡Claro! Porque eso sirve para que los que van pacíficamente marchando se encarnicen más con los otros que entonces pasan a ser sospechosos, infiltrados, etc.
 
Infiltrados hay, como también gente que juega para lo que dice combatir. Pero prestemos atención para no comernos estas prácticas de los explotadores y sus lacayos que solo generan confusión y distracción.

UN DÍA EN PALESTINA

«Es un gran día para la paz» anunció el primer ministro de Israel, Benjamin Netanyahu el pasado 15 de mayo. Ese mismo día se trasladaba la embajada estadonunidense de Tel Aviv a Jerusalén Oriental, convirtiéndose en el primer país en reconocer el reclamo israelí sobre su capital. «Israel tiene derecho a designar su capital» dijo Trump. Pero se trata de algo más que eso, se trata del reconocimiento de Jerusalén como «capital eterna e indivisible de Israel y el pueblo judío» de acuerdo a una ley aprobada por el Parlamento israelí en 1980. Incluso ante la ONU, que en castigo a esta anexión aconsejó a sus Estados miembros trasladar sus embajadas a la ciudad de tel Aviv. «No tenemos mejores amigos en el mundo (que los Estados Unidos), ustedes defienden a Israel y a Jerusalén» agregó el primer ministro.
 
El mismo día, en las protestas contra el traslado y en la víspera de Nakba, el ejercito israelí masacró a más de 60 personas e hirió a más de 2400 (más de la mitad con plomo).
 
Aquel día la Franja de Gaza, Cisjordania y Jerusalén Este comenzaron sin actividades comerciales ni educativas en señal de duelo. Mismo día en que se conmemora la Nakba (Catástrofe en árabe), cuando los palestinos debieron comenzar su exilio, desposesión y desarraigo a causa de la creación del Estado de Israel. La creación de todo Estado es una catástrofe y así deberían ser conmemorados todos.
 
Esta masacre de uno de los ejércitos mas equipados del mundo contra una población armada de piedras y hondas fue publicada por los diarios del mundo como «una jornada de tensión», o presentada como un enfrentamiento entre las fuerzas del orden isralíes y los terroristas de Hamás. Pero es otro episodio de la masacre contra el proletariado de aquella región.
 
Y como decía un panfleto de hace algunos años: «Todos los Estados del mundo participan de una u otra manera en esta matanza. Los Estados occidentales, con el de Israel a la cabeza, masacrando; Hamas, la autoridad nacional palestina y demás organismos del Estado palestino, junto con los Estados propalestinos, impidiendo la estructuración en fuerza autónoma de esa masa de subversión, encuadrándola y dirigiéndola al matadero en actos suicidas, desarmándola, pacificándola, reprimiéndola y apresando a los irreductibles.» (Masacre proletaria en palestina, Proletarios Internacionalistas)

jueves, 31 de mayo de 2018

RECIBIMOS: MANUAL DE POESÍA NRO.1

Publicación periódica de agitación y propaganda.
Por la ejecución de consignas poéticas y la emancipación de la humanidad.
La publicación puede leerse y descargarse en: manualdepoesia.tumblr.com

«Este primer número de se imprimió en el caluroso otoño de 2018 en la ciudad de Buenos Aires. Recopilamos  textos e ideas que desde el dolor, la rabia y el descontento se lanzaron al aire durante el 2017. Hoy, ya entrados en el 2018, esas palabras y los hechos que las motivaron siguen resonando. Antes de que se vuelvan un tímido y lejano eco, creemos necesario retomar la memoria de esos días de agitación y lucha para proyectarlas al presente y a los días por venir. Solo queda a la persona interesada encontrar en estas páginas los rastros que nos lleven a encontrarnos. Agradecemos y alentamos su reproducción y difusión por diferentes medios, así como comentarios y colaboraciones.»

Incluye panfletos y artículos sobre las luchas en torno a Santiago Maldonado, la lucha mapuche, los presos en lucha y contra los ajustes y represión del Capital y el Estado. Algunos ya publicados en nuestro boletín.

sábado, 28 de abril de 2018

ABORTO: CUESTIÓN SOCIAL

El mismo sistema que prohíbe abortar es el mismo que luego determina a hacerlo, cada vez que las condiciones de existencia truncan la posibilidad de embarazo, incluso deseado. Ya sea por falta de un salario adecuado o no tenerlo, por la angustia y la insalubridad del hogar o el sentimiento de no querer ser madres.

Hay quienes llegan a justificarlo solamente en caso de abuso sexual o si la mujer no tuvo la “culpa”, en cambio, si se trató de placer o algo similar debería aceptar el castigo, “para que aprenda”. Entonces no se trata de una cuestión de si el feto es un bebé o no, se trata de premiar y castigar conductas consideradas apropiadas o inapropiadas.

Es por esto que desde una crítica radical, y por tanto social, tampoco se trata de tomar parte en ese debate, respondiendo a los movimientos “provida” e intentando especificar a partir de cuándo un embrión es un bebé y por ende cuándo un aborto sería o no un asesinato. Porque no se trata de estar a favor o en contra, sino de la posibilidad de decidir, de no morir en el intento. Dentro del territorio dominado por el Estado argentino, se producen alrededor de 450.000 abortos clandestinos por año, y una mujer muere por semana a causa del riesgo que conllevan. Conocidas y cada vez más ampliamente difundidas son estas cifras que, sin embargo, no dejan de sorprendernos. Si se quita el peso de la ley ninguna mujer estará obligada a abortar, pero en estos momentos ninguna está posibilitada de hacerlo sin incurrir más o menos en la ilegalidad con riesgos de perder la vida, determinados por lo que pueda pagar, ya que las que mueren son en su mayoría pobres.

La sociedad que eleva la maternidad a una virtud casi sagrada es la misma que en la práctica niega la responsabilidad y posibilidad de las mujeres a parir según otras concepciones a las impuestas. Enfrentándolas a la denigrante violencia obstétrica, cumpliendo así el viejo mandato bíblico «parirás con dolor». Es la sociedad que considera buena madre y buen padre a quien delega en distintas instituciones la crianza de los hijos desde bebés. Es la que roba la infancia en sus centros de adoctrinamiento estatales, privados y religiosos y que trata a los más pequeños como lisiados emocionales.

La función reproductiva no es un destino intrínseco a la condición femenina. En esta sociedad de la explotación la maternidad está completamente atravesada por las exigencias del mercado de la fuerza de trabajo y del control político. La planificación capitalista, regulada por el Estado, implica a nivel mundial no solo el genocidio a través del hambre y de la guerra sino también el cálculo poblacional en torno a la necesidad de fuerza de trabajo.

El Estado se ha encargado sistemáticamente de esterilizar a comunidades y grandes porciones de población a su antojo. La industria farmacológica luego de testear su productos sobre animales los prueba durante años sobre nosotras, así como hicieron y siguen haciendo con las pastillas anticonceptivas, de las cuales se van descubriendo efectos cada vez más nocivos en la salud. En la mayoría de los países americanos se han aplicado políticas eugenésicas que afectaron especialmente a ciertos sectores sociales. Durante los 60 y 70 miles de mujeres de origen mexicano, afroamericano, puertorriqueño y de grupos originarios fueron esterilizadas sin consentimiento en los Estados Unidos. En la década de los 90 por lo menos 250.000 mujeres indígenas fueron esterilizadas en Perú.

Desde mediados del siglo XIX la función reproductiva ha estado regulada por la legislación burguesa. Primero en su acepción más prohibitiva, luego con la inclusión de determinadas excepciones. Posteriormente, a mediados del siglo XX, se comenzó a ver cómo se relajaba la punitividad del aborto, sobre todo en regiones desarrolladas que tenían saldos inmigratorios positivos y cuya población nativa disminuía progresivamente sus tasas de natalidad. Casos aparte son situaciones como las de China o India, donde rigen todavía mandatos de hijo único y campañas de esterilización (legales o ilegales) sobre sus poblaciones. Sorprende la ligazón histórica inmediata que ha existido siempre entre trabajo disponible para el Capital y legislación sobre el aborto, especialmente porque es un tema del que se supone que la principal diferencia entre ambas posturas es de raigambre teológica.

«Al determinar los métodos del control de la natalidad, se determinan en consecuencia los términos de la relación entre hombres y mujeres, y entre las mujeres y la sociedad en conjunto. Si en algún momento han tenido necesidad de un gran número de mujeres como fuerza de trabajo han estado prontos rápidamente a darnos una variedad de eficaces (si bien bárbaros) métodos de control de natalidad.» decía en 1971 el Movimento di Lotta Femminile de Padua (Italia).

La prohibición del aborto, por sus consecuentes muertes y daños físicos y psíquicos graves, debe ser considerada como otro de los ataques que impone esta sociedad a la condición femenina. Otra de las numerosas desposesiones históricas que realiza la sociedad capitalista sobre una práctica ancestral. Primero despojando el conocimiento mismo y luego además penando a quienes se atrevan a realizarlo. En este sentido, es importante comprender que las muertes producidas por abortos clandestinos son la consecuencia de esa desposesión histórica, cuando el Estado capitalista destruyó la vida comunal y todo un mundo de prácticas autónomas, dentro de las cuales aquellas referidas a las que hoy conocemos como “medicina” eran mayoritariamente llevadas a cabo por mujeres. Luego de siglos de desposesión, hoy en día esto se traduce en que las proletarias y los proletarios nos veamos obligados a recurrir al Estado para conocer nuestro cuerpo y curarlo, a ese mismo Estado que nos desposeyó y nos continúa robando las vidas día a día. Sin embargo esto no es irrebatible, debemos hacernos conscientes de estas contradicciones para superar este orden de cosas.

Es necesaria y urgente la despenalización del aborto. Es necesario rechazar los sermones de la moral cristiana así como también los mandatos del individuo propietario de sí mismo. Porque consideramos importante evidenciar lo peligroso de considerar al cuerpo primero como un elemento separado de nuestro ser, nuestro entorno, y luego como una propiedad privada. ¡Nuestros cuerpos no son nuestros! ¡Somos nuestros cuerpos!

Si el Estado y el Capital se entrometen en cada rincón de nuestras vidas ¿por qué no lo harían cuando parimos o no queremos continuar con un embarazo? Su problema no es que se aborte o no se aborte, su problema es que escape a su control quiénes, cuando y cuántas abortan en relación a sus necesidades.

Expresarse, conversar y manifestarse por la posibilidad del aborto no puede ser un simple tema de agenda política. Hay que superar la lógica de apoyar desde afuera lo que se trata dentro de un congreso. Es necesario luchar por fuera y contra las instituciones. Es preciso hablar también de métodos anticonceptivos y por tanto de la industria farmacéutica, de la megamáquina tecnoindustrial que hay detrás. Es importante también pensar qué tipos de abortos podrían efectuarse y dónde ¿en los malsanos hospitales públicos, en clínicas privadas que podrá pagar quien pueda, o dónde? Hablar de machismo, de cultura, de religión. Pero también hablar de ciencia, de salarios, de vivienda, de migrantes y refugiados, y de un largo etcétera. Por eso desde un comienzo decíamos que no tiene sentido plantear el problema como una cuestión ética o como una decisión personal y nada más. Se trata en definitiva de qué mundo queremos habitar, y en lo inmediato impedir las muertes y los daños evitables.

En cada lucha tomamos fuerza, es preciso también asumir lo que somos y lo que podemos ser y hacer.

CARTA DE DIEGO PARODI

Salud y libertad, ¡viva la anarquía!

Quiero aclarar que no pertenezco a ningún partido político, agradezco a todos por la difusión de mi situación. Quiero exponer mi punto de vista sobre las leyes y pido disculpas si no se explicarme bien ya que no tengo un buen vocabulario, pero espero poder ser claro.

Sí, estoy contra la ley provisional, pero no busco una reforma, cambiar una ley por otra, porque eso significa pedir al verdugo unas cadenas más confortables. No creo en las leyes impuestas por el estado porque estas están hechas para beneficiar los intereses de las clases dominantes, empresarios, ricos y banqueros. Sus leyes nos reprimen como el 14 y 18 de diciembre, nos someten, obligados a vivir dependiendo a sus intereses, nos asesinan como a Santiago Maldonado y Rafael Nahuel, nos desalojan de nuestros hogares como a los Mapuches, nos disparan por la espalda como lo hizo Chocobar y cientos y cientos de policías. Nos matan en Tucumán si nos llamamos Facundo, vivimos en una villa y tenemos 11 años. Nos criminalizan y te meten preso como a mí.

Sus leyes son degradantes y limitantes y con ellas el estado justifica sus robos, secuestros, asesinatos y asegura la continuidad de su poder político y económico, como la iglesia, la monarquía y la burguesía, justificando así el saqueo de las tierras, torturas y guerras en nombre de dios. Un dios y unas leyes opresoras inventadas para el control social. Que no se me asocie con un reformista, quiero una vida con un libre acuerdo entre iguales de una forma autónoma e independiente.

No voy a pedir un permiso para ser libre, no necesito sus leyes, no quiero una mejor explotación salarial, no quiero una mejor cárcel y estoy de acuerdo con mi compañera, ella no quiere un aborto legal quiere un aborto libre, ¿es una utopía? No, utopía es creer en un gobierno y que con sus leyes puede resolver tu vida. La vida libre es real, hay que practicarla.

¡¡¡Abajo todos los muros de todas las cárceles!!!

Abril de 2018. Desde la cárcel de Marcos Paz (Buenos Aires).